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Un amico di suo fratello, che era solito girare per Cavana quando era più giovane, gli aveva raccontato che, alla fine degli anni ottanta, quando morirono le più vecchie, rimaste dai tempi della legge Merlin, nella zona si avvertiva ancora più forte il senso di abbandono. I tentativi di rivitalizzarla, con la ristrutturazione di qualche edificio, erano vanificati dai numerosi crolli di case intere, che si arrendevano al destino loro riservato.
Contemporaneamente, per fare fronte a nuove esigenza di mercato, qualcuno aveva pensato di rendere più vivaci, in versione notturna, altre parti di città, come il borgo teresiano, introducendo o permettendo il transito di una notevole quantità di belle e giovani ragazze provenienti dalla Nigeria o dai Balcani. Questa piccante operosità notturna, che faceva da contraltare a quella diurna noiosa dei bazar balcanici, venne presto interrotta, ma questa era un'altra storia; all'amico di suo fratello piaceva divagare spesso quando raccontava qualcosa.
Fall invece non era molto loquace. Era una questione di lingua, ma anche di carattere. In Senegal, con i suoi amici, non era mai stato un grande conversatore.
Era arrivato a Trieste nel 1998 e dopo due anni aveva iniziato a lavorare per l'impresa. Erano del sud come lui, ma avevano il vantaggio di avere la pelle un po' più chiara; questo costituiva nei loro confronti, da parte degli altri, un motivo in meno per diffidare.
Aveva raccontato a Stella che il giorno della sua assunzione una marcissima casa di quattro piani, di proprietà del signor Strappamano, era crollata all'interno del cantiere; solo una fortuna sfacciata aveva evitato che gli operai fossero coinvolti.
La sigaretta brillava al buio, incendiata dalla brezza calda.
Stella era arrivata da Berlino, lo scorso anno; aveva lasciato la città dov'era nata per tornare a Trieste, da dove sua madre era partita più di quarant'anni prima, dopo che il marito della nonna le aveva abbandonate per l'Australia. Non aveva conosciuto la nonna, perché era morta prima della sua nascita, ma i suoi genitori non ne parlavano volentieri, come se ci fosse stato qualche segreto da nascondere.
Ora l'università le aveva affidato un posto nelle nuove case di Cittavecchia. La sua era quella di fronte alla Casa della Musica. Quello strano edificio aveva all'esterno delle onde metalliche, che le avevano detto simboleggiassero uno spartito musicale, ma che a lei ricordavano i disegni del suo accappatoio.

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