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Mirna pensava ancora alle donnine; ricordava i racconti di Giovanni, uno dei suoi clienti preferiti, un giovane architetto spiantato, dai modi gentili, sempre pensieroso. Lui parlava tanto, troppo, ma le cose che diceva lasciavano il segno.
Mentre si asciugava, le vennero in mente due cose che la preoccupavano: la storia della droga della padrona, trovata dalla polizia nella Casa, e l'arroganza dei "fasulli eredi della romanità", come li chiamava Giovanni, i fascisti.
A causa della droga avrebbe potuto perdere il lavoro e ritrovarsi nelle mani del ruffiano che, un anno prima, aveva convinto i suoi genitori in Istria a lasciarla partire, con la promessa di metterla a servizio presso una buona famiglia.
Dei fascisti non sopportava l'eterna sicurezza e tutta quella violenza. Era piuttosto preoccupata perché alcuni di loro avevano un debole per le ragazze del bordello dove lavorava. Considerando che i clienti della casa di Lina erano tutti o quasi facchini del porto, le zuffe, per ragioni politiche o semplicemente di alcol, erano piuttosto frequenti e le tracce di questi scontri segnavano di rivoli rossastri il selciato. Li aveva visti spesso, quando al pomeriggio risaliva la via dei Capitelli per recarsi al lavoro.
La voce di Lina, che era venuta a cercarla, fece dissolvere questi pensieri assieme al vapore.

 

 

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