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Via dei Capitelli 6 / 8, maggio 1929 [MIRNA]

Le ragazze che lavoravano presso La Francese sarebbero state un po' più contente, poichè la proprietaria aveva deciso di dotare i bagni della casa, al piano terra, di due vasche nuove in pietra.
Almeno per i primi tempi.
Ciò le avrebbe costrette ad aumentare i turni di lavoro, per rientrare velocemente dalla spesa, ma la monotonia e l'infame peso dell'obbligo alla cordialità ed alla gentilezza, a tutti i costi, sarebbero stati mitigati dal pensiero di un bel bagno caldo alla fine della giornata. Forse anche dall'idea che l'acqua potesse far scivolare via dallo spirito, oltre che dalla pelle, i resti delle carezze di tutte quelle mani e quei corpi.
A Mirna piaceva guardare le proprie forme attraverso il vapore che saliva, mentre stava distesa; le confrontava mentalmente con quelle delle donnine procaci ritratte sul soffitto del vestibolo di ingresso. Le avevano raccontato che in una città vicino a Napoli c'erano dei ritratti simili, fatti dagli antichi romani. I raffinati clienti di quei bordelli si eccitavano alla vista di quelle fattezze. Quasi come alla Francese. Anche se qui i clienti non erano poi tanto raffinati. Sempre meglio, però, che nel postribolo di fronte, dove lavorava la sua amica Lina, che le raccontava di cosa lei provasse fottendo, mentre i canti degli ubriaconi salivano dall'osteria di sotto. Sembrava che le voci corrodessero gli archi e le volte del soffitto, quanto erano irritanti.



Mirna pensava ancora alle donnine; ricordava i racconti di Giovanni, uno dei suoi clienti preferiti, un giovane architetto spiantato, dai modi gentili, sempre pensieroso. Lui parlava tanto, troppo, ma le cose che diceva lasciavano il segno.
Mentre si asciugava, le vennero in mente due cose che la preoccupavano: la storia della droga della padrona, trovata dalla polizia nella Casa, e l'arroganza dei "fasulli eredi della romanità", come li chiamava Giovanni, i fascisti.
A causa della droga avrebbe potuto perdere il lavoro e ritrovarsi nelle mani del ruffiano che, un anno prima, aveva convinto i suoi genitori in Istria a lasciarla partire, con la promessa di metterla a servizio presso una buona famiglia.
Dei fascisti non sopportava l'eterna sicurezza e tutta quella violenza. Era piuttosto preoccupata perché alcuni di loro avevano un debole per le ragazze del bordello dove lavorava. Considerando che i clienti della casa di Lina erano tutti o quasi facchini del porto, le zuffe, per ragioni politiche o semplicemente di alcol, erano piuttosto frequenti e le tracce di questi scontri segnavano di rivoli rossastri il selciato. Li aveva visti spesso, quando al pomeriggio risaliva la via dei Capitelli per recarsi al lavoro.
La voce di Lina, che era venuta a cercarla, fece dissolvere questi pensieri assieme al vapore.

 

 


 

 

Via dei Capitelli 3 - Via e Piazza Cavana
Piazza dell'Unità d'Italia, settembre 1938 [AMOS]


Il Duce aveva appena finito il discorso davanti a migliaia di persone inneggianti. Il palco, per la cui costruzione venne spostata la fontana posta al centro della piazza, ricordava vagamente un martello, della stessa specie di quello che stava picchiando dentro la testa di Amos.
Non era stata una grande idea quella di voler festeggiare la venuta di Mussolini in bordello la sera prima. La baldoria era durata tutta la notte, tra giri di vino, amplessi acrobatici, risate infinite da ubriachi e qualche ora di sonno strappata qua e la.
Amos era sceso lungo Via dei Capitelli circa un'ora prima dell'inizio del discorso, pensando di trovare un buon posto. Aveva percorso il tratto di Piazza Cavana con un'andatura che i suoi amici sportivi del Circolo avrebbero definito, sghignazzando, di bolina, a causa dei continui zig zag richiesti dal suo stato di ebbrezza e dalla quantità di gente che incrociava.
Serbava un vago ricordo di quanto era successo durante le ore che aveva trascorso in quel bordello, ma nella mente aveva ben impresso lo squallore che gli aveva provocato la vista dell'ingresso alla Casa, sottolineato dalla fioca luce che illuminava la scala di accesso al primo piano. Le stanzette allineate lungo il corridoio erano anch'esse poco illuminate, ma l'alcol, la compagnia e il pensiero rivolto al motivo del festeggiamento avevano facilitato lo sciogliersi della tensione.



Erano bastati poi solo un paio di schiaffi per costringere Lina a fare tutto quello che lui voleva.Ora si trovava a qualche decina di metri dal palco. La piazza si stava lentamente vuotando, con fiumi umani che risalivano verso Corso Italia e riempivano le Rive. Amos sentiva uno strano malessere, come se la materia prima del martellone che gli stava polverizzando il cervello non fosse costitutita dall'alcol, dalla nicotina e dalle endorfine che aveva sviluppato nelle ore precedenti. Sembrava quasi che fosse stato costruito dal Duce con le sue parole e che egli stesso ve l'avesse infilato nella sua testa ... L'ebraismo mondiale è stato, durante sedici anni, malgrado la nostra politica, un nemico irreconciliabile del Fascismo...Tutti gli ebrei di cittadinanza italiana, i quali abbiano indiscutibili meriti militari o civili, nei confronti dell'Italia e del Regime, troveranno comprensione e giustizia. Quanto agli altri si seguirà nei loro confronti una politica di separazione...
No, lui non era ebreo, o almeno non si sentiva tale. All'università, assieme ai sui camerati, aveva aderito con grande entusiasmo all'idea fascista, così come suo padre, un modesto impiegato delle poste, e ora non capiva cosa significasse questa storia della separazione. Da chi? E come? Mentre raggiungeva il Molo Audace un conato di vomito lo squassò fino al midollo.


 

 

Via dei Capitelli 3, maggio 1960 [ORESTE]

Gli affari dell'osteria andavano molto male. Oreste imprecava contro quella brutta megera, quella vecchia puttana senatrice, che avrebbe dovuto essere rinchiusa in un bordello per viziosi e che invece aveva avuto il potere di chiudere le Case e di servirgli il colpo di grazia. Uno dei tanti regali portati dall'Italia dal '54.
Ormai i clienti rimasti erano pochi, qualche vecchio che si accontentava del suo vino perchè costava poco.
I frequentatori del piano superiore, negli anni felici, passavano sempre a togliersi la sete del dopo scopata, oppure trovavano nel fondo di un paio di bicchieri il coraggio per salire quella scala.
C'erano anche le entrate in percentuale sul guadagno delle ragazze, che la Signora gli passava regolarmente ogni fine mese, ma ora era tutto finito e non solo per lui. Sapeva che alcune di loro, ormai clandestine, erano state oggetto di attenzioni particolari da parte di qualche cliente rognoso; altre invece avevano contratto delle malattie e diffondevano il contagio, forse vendicandosi con il mondo.



C'era un'alternativa all'abbandono completo del locale, la sua trasformazione, ma due cose la impedivano: la cattiva fama che godeva il rione e la tendenza generale alla fuga da quella zona, dovuta alle pessime condizioni degli edifici che, se non erano ancora crollati, stavano per farlo. Alcuni anni prima una delle case vicine si era arresa all'abbandono ed alle intemperie con un tonfo sommesso, quasi inginocchiandosi, vinta.Naturalmente si trattava anche di risolvere il problema della relazione con Lina. Lei voleva restare a tutti i costi e continuava imperterrita a fare il mestiere, nonostante la figlia e incurante dell'età; era molto legata al quartiere ed alle persone che vi abitavano e ormai a lei costava poca fatica sia allargare le gambe, sia dispensare qualche buona parola, attività tra le quali non trovava molte differenze.
Non era sempre stato così: Lina era protetta ormai da molti strati di indifferenza, tanti quante erano le lenzuola dei letti su cui si era stesa. Sembrava ricordasse appena, senza provare più nulla, tutte le umiliazioni subite, dai fascisti durante la visita del Duce nel '38, dai titini durante l'occupazione della città nel '45 e poi dalla bande rivali che insanguinavano le strade durante il governo Alleato. L'unica differenza che si era notata, quando tutti divennero italiani, era che i clienti pagavano con le lire. Ora i bordelli erano chiusi, ma lei, come tante ex-ragazze, continuava a farlo, perchè non le restava altro, lì tra quei muri umidi dove il sole non entrava.
Doveva lasciarla e con i pochi soldi ancora rimasti avrebbe prenotato un posto in classe popolare per l'Australia.


 

 

 

Zona di Cavana - Via dei Capitelli, Bar Lucia, giugno 1981 [CLARA]

La serata scorreva calda e gentile. I tre amici si stavano dirigendo verso piazza Cavana, lasciandosi dietro una scia invisibile di ilarità. Presso le colonnette di accesso alla Piazza non c'era nessuna delle Signore, perchè era tardi. Instancabili, ogni giorno, a metà pomeriggio si proponevano al servizio di chiunque lo desiderasse, trovando sempre qualcuno ben disposto. Camion, Ippo e Catena si erano spesso chiesti come e perchè uno trovasse il coraggio di andare con quelle donne. La mancanza di alternative era una delle risposte che Catena aveva provato personalmente.
Comunque doveva esserci qualcosa di più: la Baschira, la Muta o le altre quasi non subivano la concorrenza di quelle che frequentavano la zona della stazione e del porto, tutte più giovani, anche se non più belle. Chi tra gli amici frequentava le prostitute veniva volentieri in Cavana, forse perchè, nonostante l'aspetto misero e fatiscente, c'era più calore negli ambienti di quelle case che in molti altri posti. Anche se quel calore non era stato sufficiente a riscaldare il cuore di qualcuno che, come Robi, aveva cercato tra le gambe della Muta la corda che avrebbe trovato alla fine dei suoi giorni.
Quella sera in via del Fortino non c'era nessuno che aprofittasse del servizio che aveva reso famosa la Muta, la sega con l'interno del ginocchio. La luce sopra il portone ad arco era accesa, la saracinesca era alzata e quindi lei era disponibile. Ma come sempre il giro dei tre amici era più destinato alla ricerca del viso della donna che a finalizzare qualcuna delle fantasie frustrate di cui erano ben provvisti.



Non erano mai riusciti a vederla in faccia, a differenza delle sue amiche, che alle cinque di pomeriggio si piazzavano presso le colonnette. Oppure l'avevano vista chissà quante volte, ma non riuscivano a far coincidere il nome con un'immagine. Anche questa volta la luce molto bassa, la tenda scacciamosche all'ingresso ed il fatto che lei stesse rannichiata sul divano non contribuivano a far chiarezza.
Pazienza. Restava sempre la birra al Bar Lucia, all'inizio di Fulminelli Street, come indicava chiaramente la scritta sul muro, sotto alla tabella Via dei Capitelli. Qualche traccia sotto i murales lasciava immaginare che lì, un tempo, c'era la vecchia osteria con gli archi e con le stanze delle ragazze al primo piano. Camion ricordava che sua nonna era diventata amica di una di loro; si erano incontrate al lavatoio: la nonna aveva con sè gli indumenti della famiglia presso cui serviva e Lina le sue lenzuola, ma aveva dimenticato il sapone.
Quella sera il locale era pieno, perchè chi non era riuscito ad entrare alla festa da Undici, un portone più avanti, ed anche chi da là proveniva, si ammassava nei pochi metri quadrati che costituivano il Bar Lucia. I tre amici avevano scordato la festa, ma essere lì significava poter condividere comunque quello che succedeva trenta metri più avanti e quattro piani più in alto. Le feste di quel tipo contribuivano a mantenere una parvenza di vita sociale nell'ormai moribonda Cittavecchia.
Camion non poteva sapere che la persona appoggiata al banco vicino a lui era proprio Clara, la ragazza di Undici, che diversi anni dopo lo avrebbe tirato fuori dai guai a Berlino prestandogli un bel po' di soldi, Clara che vent'anni più tardi avrebbe avuto un figlio dal suo nuovo compagno e l'avrebbe fatto nascere sulle spiaggie dell'Oceano Indiano.
Nella mente di Camion stava per apparire una nebulosa composta da tutte queste immagini, nello stesso momento in cui nel bar entrava una Vespa a tutto gas e, facendosi largo tra la folla, nonostante le colorite bestemmie, si schiantava contro la porta del cesso.
Le risate di tutti i presenti avevano dissolto la nebulosa. 



 

Casa dello Studente - Casa della Musica , Via dei Capitelli, giugno 2007 [STELLA]

L'aria sulla terrazza era calda e invitava al ricordo. Stella pensava a quanto gli aveva raccontato il suo amico Fall. La Casa della Musica era stata inaugurata cinque anni prima.
Lei si trovava là in alto, appoggiata al muretto, fumando una sigaretta e guardando nella direzione da cui provenivano le voci smorzate di chi usciva dal bar al piano terra dell'edificio di fronte.
Da lassù si godeva una splendida vista sui tetti di Cittavecchia. L'odore di mura marce di umidità che Fall gli aveva ben descritto sembrava di sentirlo anche ora, ma chiunque fosse nato e vissuto a Trieste, come la nonna o forse la mamma, avrebbe confermato che era solamente l'effetto dello Scirocco.
Provava ad immaginarsi le case che gli stavano in giro quando queste erano tutte distrutte, come bombardate dalla durezza della vita, e come erano rimaste fino a pochi anni fa, quando Fall aveva iniziato a lavorare.
Lo stato di abbandono dell'area era completo e ormai da decenni non c'era più neanche una prostituta in giro; eppure la casa dello studente, dove Stella abitava, era stata una delle numerose case di appuntamento che esistevano nella zona e che consentivano di considerare abitata questa parte di città.



Un amico di suo fratello, che era solito girare per Cavana quando era più giovane, gli aveva raccontato che, alla fine degli anni ottanta, quando morirono le più vecchie, rimaste dai tempi della legge Merlin, nella zona si avvertiva ancora più forte il senso di abbandono. I tentativi di rivitalizzarla, con la ristrutturazione di qualche edificio, erano vanificati dai numerosi crolli di case intere, che si arrendevano al destino loro riservato.
Contemporaneamente, per fare fronte a nuove esigenza di mercato, qualcuno aveva pensato di rendere più vivaci, in versione notturna, altre parti di città, come il borgo teresiano, introducendo o permettendo il transito di una notevole quantità di belle e giovani ragazze provenienti dalla Nigeria o dai Balcani. Questa piccante operosità notturna, che faceva da contraltare a quella diurna noiosa dei bazar balcanici, venne presto interrotta, ma questa era un'altra storia; all'amico di suo fratello piaceva divagare spesso quando raccontava qualcosa.
Fall invece non era molto loquace. Era una questione di lingua, ma anche di carattere. In Senegal, con i suoi amici, non era mai stato un grande conversatore.
Era arrivato a Trieste nel 1998 e dopo due anni aveva iniziato a lavorare per l'impresa. Erano del sud come lui, ma avevano il vantaggio di avere la pelle un po' più chiara; questo costituiva nei loro confronti, da parte degli altri, un motivo in meno per diffidare.
Aveva raccontato a Stella che il giorno della sua assunzione una marcissima casa di quattro piani, di proprietà del signor Strappamano, era crollata all'interno del cantiere; solo una fortuna sfacciata aveva evitato che gli operai fossero coinvolti.
La sigaretta brillava al buio, incendiata dalla brezza calda.
Stella era arrivata da Berlino, lo scorso anno; aveva lasciato la città dov'era nata per tornare a Trieste, da dove sua madre era partita più di quarant'anni prima, dopo che il marito della nonna le aveva abbandonate per l'Australia. Non aveva conosciuto la nonna, perché era morta prima della sua nascita, ma i suoi genitori non ne parlavano volentieri, come se ci fosse stato qualche segreto da nascondere.
Ora l'università le aveva affidato un posto nelle nuove case di Cittavecchia. La sua era quella di fronte alla Casa della Musica. Quello strano edificio aveva all'esterno delle onde metalliche, che le avevano detto simboleggiassero uno spartito musicale, ma che a lei ricordavano i disegni del suo accappatoio.



Fall aveva partecipato anche alla sua costruzione, oltre che a quella della casa dove lei abitava. Durante i lavori avevano qui trovato dei curiosi reperti, tra i quali un torchio romano, visibile al piano terra, e delle vasche in pietra, oltre a delle immagini di donne formose, che costituivano determinanti accessori all'attività dell'antico bordello. Da futuro architetto sentiva che queste testimonianze di un passato così lontano ed eterogeneo rappresentavano la potenzialità ed insieme il limite di quel luogo, dove sembrava impossibile raccogliere in un'unica idea coerente tutto quello che si sarebbe potuto farne.
Intanto c'era stata questa trovata dei siciliani, che portandosi dietro il loro immaginario avevano realizzato il progetto di un edificio barocco nella fredda, distante e neoclassica Trieste, quasi uno scherzo della natura. Sapeva però che qui, al posto dei maestri scalpellini ragusei, avevano lavorato fianco a fianco serbi e triestini, con l'aiuto di qualche senegalese.
Il mozzicone aveva tracciato una parabola luminosa, infrangendosi nel vuoto centro di Cittavecchia.



Testo di Claudio Farina.
Fotocolor esterno Casa della Musica di Stefano Graziani.




Il concetto di città si fonda convenzionalmente sulla possibilità di sviluppo, nello spazio, di una serie di relazioni complesse all'interno di una comunità, finalizzate principalmente alla produttività.
Utilizzando come unità di misura, nell'osservazione dei fenomeni urbani, l'essere umano e le relazioni che questo sviluppa con i suoi simili, ne deriva che, in mancanza di queste relazioni, soprattutto quelle meno produttive, viene messa in crisi l'idea stessa di città.
Il nucleo antico di Trieste, coincidente con la sua parte medievale e sviluppatosi sui resti di quella romana, ha subito per un lungo periodo un processo di costante degrado, anche sociale, che è culminato, in anni recenti, con la segregazione fisica dell'area per mezzo di un muro, tuttora visibile per alcuni tratti.
L'inizio di questo processo è da far risalire all'interruzione improvvisa dei rapporti produttivi e umani consolidati nella zona. La chiusura delle case di tolleranza non è stata accompagnata da uno sviluppo di altre attività e relazioni tali da impedire il deperimento della zona.
Solo recentemente, attraverso alcune operazioni di recupero sostenute dall'amministrazione comunale e grazie all'introduzione di nuovi accumulatori sociali e generatori di relazioni, la fase di degrado ed abbandono sembra esaurirsi e si sta assistendo ad un tentativo di ripresa.
Operazioni come l'apertura della Lift Gallery all'interno della Casa della Musica di Via dei Capitelli vanno lette in questo senso; l'esperienza della Lift romana dimostra che il concetto di condominio equivale oggi, in linguaggio informatico, a quello di condivisione.
Condivisione dello spazio fisico, quello dell'edificio_del quartiere_della città, ma soprattutto di uno spazio mentale.
Il condominio contiene in sé l'idea della convivenza e, conseguentemente, della solidarietà ed è costituito, in questo caso, dal quartiere di Cavana, dove poter sviluppare una serie di relazioni sociali che contribuirebbero a rendere questa zona nuovamente città.
Le cronache qui raccolte, nate dopo un colloquio di fine estate con Pino Rosati, sono il frutto di un lavoro di collezione di esperienze storiche e_o personali, che hanno come teatro di azione il quartiere di Cavana; l'intento era quello di contribuire ad una riflessione su questo pezzo di città e di fornire un lay-out di lavoro per gli artisti che interverranno alla Lift Gallery.


C.F.

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