L’arte della cultura domestica

È lo spazio espositivo più piccolo del mondo: un ascensore di un condominio di Roma. Un’iniziativa che ha già fatto scuola…
di Fabrizio Gianuario

Sapete qual è lo spazio espositivo più piccolo del mondo? È la Lift Galeery, un piccolo ascensore sito al civico 42 di via Pasquale Tola nel quartiere San Giovanni in Roma. È un dato ufficiale, dal momento che tale notizia è stata fatta oggetto di una domanda, con tanto di notaio, all’interno di un noto quiz televisivo che va in onda in prima serata su Rai Uno. Notizia che è stata confermata anche da una storica rubrica della Settimana Enigmistica, lì dove il settimanale segnala fatti e curiosità apparentemente impensabili che avvengono nel mondo.

Ma al di là del dato prettamente folkloristico e del mero fatto di curisità, che certo non può colpire, si deve sapere che alle spalle della Lift Gallery si muovono forze e persone intenzionate con ferma caparbietà a promuovere un’educazione domestica’ dell’arte contemporanea. Un’educazione volta a compiere un’effettiva modificazione della dimensione fruitiva dell’opera d’arte che coinvolge, in primo luogo, condomini e abitanti di quartiere a confrontarsi direttamente con il fatto artistico senza la presenza di filtri culturali di alcun genere. Le duali categorie estetiche del Bello e del Brutto vengono cioè sollecitate ad agire all’interno di un pratico vivere quotidiano, e al di fuori dell’estraneità e della deferenza museale, semplicemente esercitando uno dei gesti più consueti tra le nostre abitudini: prendendo l’ascensore.

Allo stesso tempo viene quindi incoraggiata una diversa dimensione sociale dell’evento artistico fondata su di un genuino sentimento comunitario, dal momento che coinvolgere un intero condominio nell’allestimento di una mostra implica una coscienza e una partecipazione collettiva. Insomma: allestire una mostra può considerarsi un vero e proprio investimento culturale domestico.
Ma andiamo un po’ indietro nel tempo. La Lift Gallery muove i suoi primi passi verso la fine del 1997. Di irregolare forma trapesoidale e colorata di algido grigio, l’ascensore del condominio di via Pasquale Tola inizia a trasformarsi lentamente, grazie all’ingegno di Pino Rosati del quinto piano, in uno spazio preposto al dialogo artistico tra condomini. Ad una prima serie di otto installazioni coloratissime applicate sulla pulsantiera, seguono nei giorni successivi oggetti domestici ( come un orologio, una croce, un accendigas ) colorati della stessa vernice grigia dell’ascensore, a significare l’inevitabile pietrificazione a cui è condotta ogni cosa maledetta dallo squallore del mobile loculo. Quindi i primi segni di risposta: Stefania Macori appende per otto giorni (uno per ogni tasto della pulsantiera, una legge fondamentale della Lift Gallery) endecasillabi danteschi tratti dai primi otto canti dell’Inferno. Risponde Pino con una serie di pitture ad acqua associate a parti dello spartito della “Passione secondo Matteo” di Bach ed è quindi la volta di Adriano (bambino di tre anni) che ponendo da principio un disegno della propria stanza lo arricchisce ogni giorno, sempre per otto giorni, di un nuovo elemento ( l’orsacchiotto, un dado, etc.). Non mancano i furti, con conseguenti denunce degli stessi tramite biglietto apposto sulla parete dell’ascensore. Unico indizio, la calligrafia del malfattore che risponde alla pubblica accusa con un solenne “stronzo”. Le indagine non hanno seguito, ma le esposizioni si. Fino a giungere al dicembre 1998 con l’allestimento di un natalizio, quanto mai grigio, presepe. Pino tira quindi le somme di oltre un anno di intensa attività artistica e prepara un catalogo narrato delle mostre susseguitesi nella Lift Gallery. Il 2001 rappresenta però l’anno di svolta. Massimiliano Chialastri, Stefania Macori, Pino Rosati, Maria Teresa Signoretta e Giovanna Volpe costituiscono l’associazione Lift Gallery ed in assemblea condominiale, con il beneplacito dell’amministratore Stefano Carisi e la collaborazione di Carmine Mario Mulière, direttore del giornale on-line Rivista d’ Equipéco, stilano il calendario delle mostre 2001 che vedrà esporre le opere degli artisti Giuiseppe Tabacco, Enrico Pulsoni, Vettor Pisani e Michele Marinaccio. E sarà proprio quest’ultimo a dare battesimo alla Lift Gallery spargendo acqua di rose sui diversi pianerottoli dello stabile. La macchina è rodata: elementi indispensabili ad una buona riuscita dell’evento sono la musica, rigorosamente dal vivo, e la gastronimia. Diversi inquilini partecipano apparecchiando su ogni pianerottolo tavole imbandite di diverse pietanze, non senza innescare un che di magicamente rituale. Il visitatore della Lift Gallery, ormai dovrebbe essere chiaro, non è più solo spettatore, ma ospite della mostra; altro forte segno di connotazione della domesticità artistica dell’inedito spazio museale.
Il 2002 è un anno intensissimo, forse troppo, ci dice Pino Rosati: “ Si apre con la messa in posa di un mosaico pavimentale ad opera di Marco Picchi. Un lavoro che si è avvalso della piena complicità dell’ascensorista, che ha sostituito il pannello pavimentale e tarato il peso dell’ascensore per un maggior peso”. L’Associazione trova così i suoi primi partners disposti a sponsorizzare l’iniziativa. L’ascensorista, appunto, poi un’impresa di pulizie e il patrocinio del IX municipio di Roma: “Ci siamo rivolti anche alle industrie che governano il monopolio degli ascensori, ma nonostante abbiano trovato l’idea interessante non hanno dato il loro appoggio economico. Forse anche per la grandezza e la burocrazia delle loro aziende, che avrebbero dovuto mettere in moto una pratica per un sovvenzionamento economicamente ridotto rispetto ai loro standards”. Ma il 2002 è anche l’anno in cui la Lift Gallery si espande oltre via Pasquale Tola per arrivare a Trieste e Firenze. In quest’ultima città espongono Rikke Hostrup e, in novembre, Lorenzo Pizzanelli con un’installazione che prevede anche la realizzazione di video messi repentinamente sul sito della Lift Gallery. A Trieste espone invece presso la Casa della Musica, il primo edificio pubblico ad ospitare la Lift Gallery, l’artista sloveno Vuk Cosic. “E’ un’opera che mette in gioco il riemergere di una memoria, come è già accaduto nell’esposizione di altre opere nella Lift” ci dice sempre Pino “questa volta una memoria legata alla storia dell’edificio. La Casa della Musica era in origine una casa di tolleranza e Cosic nella sua installazione ha utilizzato parole che richiamano il glossario amoroso delle case chiuse, innestando inoltre in essa un problema molto sentito a Trieste: quello del bilinguismo”. Il farsi fenomeno nazionale della Lift Gallery porta in seguito ad un quanto mai curioso esperimento. Fernanda Moneta, docente del Corso di Regia dell’Accademia di Belle Arti di Carrara, decide di utilizzare come teatro di prova d’esame del suo corso, con valutazione valida a tutti gli effetti, la Lift Gallery di Roma. Nel Maggio 2002 i suoi studenti si presentano all’interrogazione mettendo in scena una breve fiction dal titolo Assassinio alla Lift Gallery con tanto di sangue finto e finti colpi di arma da fuoco.
Il 2003 si apre quindi con la mostra di Marco Baroncelli dal titolo Concerto per piani, sei foto disposte vericalmente ( una per ogni piano) a cui verranno affiancate foto scelte dagli stessi condomini; e si chiude in dicembre con una della mostre più forti. L’artista Gianfranco D’Alonzo presenta infatti Jo em confesso ( io mi confesso, in lingua catalana), installazione per tre zerbini, una statua e con la partecipazione del sacerdote don Giampiero Arabia che, con tanto di autorizzazione del vescoco celebra il Sacramento della Confessione utilizzando l’ascensore come confessionale “C’era un po’ di scetticismo all’inizio, ma alla fine, come ha detto lo stesso Don Arabia, la metà delle persone che hanno preso l’ascensore si sono confessate o hanno semplicemente scelto di dialogare con lui” ci dice sempre Pino “ Un’esperienza che ha avuto un certo successo, dal momento che alcuni inquilini hanno alla fine chiesto a Don Arabia di essere il proprio padre spirituale. Gran parte delle mostre, compresa la ricostruzione in forma di fiction del primo anno di attività della Lif Gallery, sono documentate in un video realizzato dai No Code e raccolte in cataloghi annuali che è possibile visitare sul sito della Lift Gallery.
Il 2004 ha in serbo grandi sorprese, con un progetto (di cui tacciamo) volto ad investire d’arte alcuni ascensori di uso pubblico. Conclude Pino Rosati: “Pensiamo di aver trovato un valido modello che va incontro all’attuale esigenza di fare arte al di fuori delle gallerie d’arte. Un modello che permette all’artista di ritrovare un contatto diretto con il proprio pubblico, offrendo allo stesso tempo una domestica educazione all’arte contemporanea”.


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