Milano - 14 aprile 2004

 

ANCHE L’ARTE SALE IN ASCENSORE
E VIVE IN CONDOMINIO

ERA UN VECCHIO MONTACARICHI, IN UN PALAZZO ROMANO. A POCO A POCO GLI INQUILINI L’HANNO TRASFORMATO IN UNO SPAZIO ESPOSITIVO. E ORA L’IDEA STA CONTAGIANDO ALTRE CITTÀ ITALIANE.

C’era una volta un vecchio montacarichi scrostato. Verniciato di un grigio triste e anonimo, dagli scricchiolii sinistri e con una luce giallognola da incubo. Sporco. E neppure tanto sicuro.

Tant’è vero che Ottmar lo svizzero, preferisce farsi a piedi i tre piani di scale. Il vecchio ascensore è stato incastonato a forza nella palazzina di via Pasquale Tola 42, Alberone, Roma. E’ così brutto che i condomini lo ignorano sistematicamente. Un giorno qualcuno decide che bisogna fare qualcosa. Quel giorno, a insaputa di tutti, nasce la “Lift Gallery”. La galleria d’arte più piccola del mondo, due metri quadrati, sospesa nello spazio, un po’ elitaria, visto che ospita al massimo quattro persone, ma che punta molto in alto, almeno fino al quinto piano. Il saliscendi d’autore, infatti, non si è fermato in via Tola 42. Ma è diventato una realtà anche a Firenze e a Trieste, dove altri due ascensori sono stati promossi a spazio espositivo. E si sta concludendo a Genova (quest’anno capitale europea della cultura) un accordo con il Comune e con altre istituzioni per dare vita ad una “lift parade”: esposizioni simultanee in tutta la città, sugli ascensori pubblici, come quello di Castelletto e del Bigo e sugli ascensori panoramici delle navi da crociera.

MA COSA SUCCEDE quel giorno d’autunno del 1997? Il signor Pino Rosati, il creativo del quinto piano, decide che la misura è colma. Che quel decrepito ascensore, come la zucca di Cenerentola, si trasformerà in qualcosa di miracoloso. Così inizia ad appendere all’interno della cabina un quadro al giorno. “Verso mezzanotte – ricorda il signor Rosati – andavo in ascensore e appiccicavo un disegno molto colorato, in corrispondenza dei tasti della pulsantiera”. Sapeva quel che faceva. Portare l’arte in luoghi insoliti è sempre stata la sua passione, fin da quando lavorava nell’ospedale psichiatrico San Giovanni di Trieste, la sua città. Rosati non demorde con i suoi “pastiches” colorati. Reazioni, però, nessuna. Cambia tattica. E pensa: “Se i colori del mondo niente possono contro l’insanabile grigiore, allora un malefico sortilegio renderà, nel varcare la soglia, dello stesso grigiognolo ogni cosa”. Appende nel vano piccoli oggetti, un angioletto, un orologio, un crocefisso, un accendigas (sparito, ma poi rimpiazzato), “ascensorizzati”. Ovvero tutti grigi. Piccolo miracolo. Una sera Rosati trova una poesia, terzine dantesche appese su una parete. Qualcuno ha accolto l’invito ad esporre. E stato l’architetto del quinto piano, Stefania Macori, interno 19. Sono i primi otto canti dell’inferno, uno per ogni bottone della tastiera dell’ascensore.

SIAMO NELL’INVERNO ’98.

Da questo momento la “lift gallery” è ufficialmente aperta. E l’ascensore diventa una bacheca condominiale, sulla quale dialogare per immagini. Adriano, tre anni, espone un disegno della sua cameretta. Un architetto, Massimiliano Chialastri, propone una scritta impegnativa: “Vietato fumare”, ripetuta in diverse lingue. Avanti così. Con l’approvazione delle signore delle pulizie, dell’amministratore e di quasi tutti i condomini. Tutti tranne uno. Perché una mano invisibile sabota la galleria. Fa sparire alcuni quadri, sfregia le opere, deturpa orribilmente l’esposizione di foto di calciatori, voluta dal ragionier Stefano Carisi (l’amministratore) per festeggiare lo scudetto della Roma. Poi, improvvisamente smette. Sconfitto dall’entusiasmo condominiale. Per il Natale ’98 l’ascensore ospita perfino un presepe. “Dopo un anno il movimento spontaneo si è trasformato in qualcosa di organizzato – prosegue Pino Rosati – Io e altri quattro condomini abbiamo fondato l’associazione culturale “lift gallery”, pubblicato un catalogo illustrato e avviato una programmazione di esposizioni, anche grazie all’aiuto di un critico d’arte che ha notato il “movimento” in via Tola”. Il primo sponsor? Manco a dirlo, il manutentore dell’ascensore, che dà pure una mano per gli allestimenti. Poi sono arrivati anche il patrocinio del Comune di Roma, e il contributo in denaro dal Municipio Roma IX. Il marchio “lift gallery” diventa una specie di franchising, esportato a Firenze, Trieste e ora anche a Genova. Chi desidera rendere vivo l’ascensore del proprio palazzo può iscriversi all’associazione: tel. 06-78346462, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo., su internet: www.liftgallery.it, pagando 6euro l’anno.

LO HA FATTO Lorenzo Pizzanelli, coinvolgendo tutto il condominio di via Torcicoda 115, Firenze. La prima mostra è stata sua. Titolo “Purgatorio”, “un luogo sospeso, un po’ come l’ascensore” spiega lui. Una serie di graffiti su specchio e in più una performance visibile esclusivamente on-line tramite una Webcam. Dopo Pizzanelli tocca a un’artista straniera, studentessa d’arte. Che trasforma l’ascensore fasciandolo in una carta da parati d’autore. A Trieste la galleria prende vita alla Casa della musica di via dei Capitelli. La prima mostra è di un artista croato, Vuk Cosic, che presenta un’installazione poetica.

INTANTO LE MOSTRE in via Tola si moltiplicano. L’ultima è in corso. Enrico Pulsoni espone fino a domani la sua installazione: un foglio 25x70 numerato e firmato da vari artisti in 50 esemplari e stampato a mano con il torchio. In passato la galleria ha ospitato di tutto e di più. Mai fermando la febbrile attività di saliscendi dell’ascensore, che deve sempre rimanere funzionante. Ed è parte integrante dell’opera d’arte. Come quando sul pavimento è stato allestito un mosaico. O come quella volta che l’ascensore è diventato una navetta-sonda alla scoperta del corpo umano, con all’interno radiografie di varie parti del corpo. A dicembre, invece, il montacarichi si è trasformato in confessionale. Un vero sacerdote ascoltava i peccati dei visitatori. E ogni inaugurazione diventa occasione di festa. I pianerottoli vengono imbanditi con tavolini, le donne del palazzo cucinano dolci e prelibatezze varie, sulle scale si piazzano musicisti che suonano dal vivo. “Ogni volta riceviamo dalle 10 alle 150 persone – gongola Rosati – basta suonare un campanello, entrare e partecipare alla festa”. Semplice. Come un viaggio in ascensore.

Testi di Deborah Ameri
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