gennaio / febbraio 2002

 

Lift Gallery, Roma
"NO LOGO"

"No logo" li si potrebbe definire "quelli" della Lift Gallery perché al suggerimento di depositare il loro marchio (la loro idea) hanno risposto:" Per quale motivo? Se da questa esperienza ne nascono altre cento,a noi va benissimo". La risposta è coerente a un percorso che ha come protagonista un "artista collettivo" - l'insieme dei 'condomini' di un palazzo romano che hanno trasformato un luogo (un vecchio grigio ascensore) normalmente deputato ad incontri fugaci e imbarazzati - in una occasione di scambio della propria capacità immaginativa.

Spontaneamente - ma poi vedremo, non proprio - sono nati all'interno di questo 'sali/scendi' piccoli interventi artistici che avevano la durata fugace di qualcosa che appariva o 'scompariva' (qualche volta trafugato da una "mano invisibile"), tessendo di nuovo quei legami che ricongiungono l'arte alla vita e agli impulsi vitali degli individui, nello "Spirito" del gioco e della gioia della comunicazione. La loro storia è testimoniata da un catalogo narrato che, uscito nel settembre 2000 fa fare un salto di qualità a questo "happening" collettivo. Perché questa esperienza la si è voluta comunicare alla città, coinvolgendo alcuni artisti e un critico - Carmine Mulière che l'ha immessa in rete nella sua rivista "Equipèco" - che, incuriositi, l'hanno fatta propria reinterpretandola secondo le rispettive poetiche. Nasce così il programma "performativo" che si è appena concluso con gli interventi di Michele Marinaccio, Giuseppe Tabacco, Enrico Pulsoni e Vettor Pisani. Ciascuno ha letto una memoria o un intreccio di memorie che un luogo stretto, angusto, a metà strada tra pubblico e privato, porta nel suo ristretto abitacolo. Per Marinaccio questa memoria è principalmente olfattiva: le scale come l'ascensore sono i luoghi dove si incontrano gli odori delle cucine, di quel momento intimo, privato che ciascun nucleo familiare ricongiunge intorno ad esse.
Ma può essere anche pubblico come l'atto di offrire ciò che si è cucinato all'altro - cosa che è effettivamente avvenuto per ogni piano dello stabile durante le serate inaugurali delle diverse mostre, insieme all'ascolto della musica suonata in diretta da alcuni 'condomini' dei palazzo. L'evento 'olfattivo' presentato da Marinaccio era da una parte suggerito da una foto - che ritraeva un gruppo di persone che osserva qualcosa (una esecuzione?) e fra di esse una che si tura il naso per 'non sentire' - collocata all'interno dell'ascensore mentre sul pavimento petali di rose rosse spandevano un profumo nel suo abitacolo e sempre di rose l'essenza che l'artista ha disperso lungo le scale. Per Tabacco la memoria evocata è anch'essa riferita a un fatto sociale, la morte di Aids di un bambino africano, il cui ritratto moltiplicato e serializzato si ricongiunge all'atto infantile e primo del disegno, di paesaggi mentali che costituiscono i propri sogni. Il lavoro di Pulsoni si è spinto oltre verso una ulteriore sfera pubblica proponendo un libro oggetto (un quadrato di metallo che si ripiega su se stesso) dei segni che sia i quattro artisti che il pubblico avrebbero inciso su di esso proponendone in seguito una tiratura a stampa limitata.
L'intervento di Vector Pisani si articolava nella "messa in scena" del bozzetto del suo Museo della catastrofe ancorato all'interno dell'ascensore, quasi una sua piccola propaggine, e la presenza, incombente e a misura di un manichino femminile con un cane fra le gambe collocato nell'atrio dei palazzo. La "messa in scena" che aveva come titolo "Virginia Art Museum: museo della bestialità. Arte e Follia: come gli Artisti vedono le donne, i bambini e gli animali" ovvero "Dottor Criticus", non bisogna tagliare la coda ai cani - ribaltava sui pubblico il ruolo di protagonista attonito e inebetito delle varie "scene" (del Nulla e della follia) artistiche lasciando alla "recita" poetica di Mimma Pisani "Abitare e volare" e a quella della poetessa Marzia Theophilo, ambedue accompagnate da improvvisazioni musicali la rappresentazione sonora. "Artista collettivo", accennavo all'inizio perché lo "Spirito"di Lift Gallery" tesse una rete di intenzionalità che si incontrano e si cercano non per produrre o esporre "immagini" ma per attivare "immaginazione", imaginerie come la chiama Bachelard, sottolineandone la differenza. Proprio perché Lift Gallery non è un luogo di esposizione (un contenitore dove si espongono immagini) ma un confluire di eventi e di energie. che in quanto artistiche partono da una intenzionalità , un'idea ( o uno "Spirito"). E' quest'ultimo infatti il titolo di un'opera (del primo ciclo di interventi) di un abitante dei palazzo, Pino Rosati - un artista che proviene da Trieste e che in quell'ambito fu promotore di una serie di interventi artistici all'interno di spazi, un tempo aree manicomiali - ed ora il principale ispiratore di questa esperienza. L'invisibilità a cui Pino fa riferimento è di un'idea collettiva di fare arte rompendo un'omertà di acquisizione di comportamenti e di pensieri tesa ad omologare e ad annientare le capacità immaginifiche del singolo rinchiudendolo nei rituali, nei feticci della superproduzione di immagini. Ma cosa ancora più significativa riconducendo l'arte alla invisibilità della sua aura. Il successo non è certo la scelta primaria da parte di Lift Gallery che nel frattempo si è costituita in associazione. Ovviamente i suoi membri sono alcuni abitanti (di questo strano palazzo) che come avrete capito sono un po' particolari; fra di essi due architetti, Stefania e Massimo Chialastri , che lavorano da anni a stretto contatto con alcuni artisti contemporanei molto noti. A mostre finite vado a trovare Massimo e Stefania, chiamo l'ascensore, apro. Non c'è (apparentemente) niente, ma c'è tutto: dal pubblico che vi è salito volta a volta, piano dopo piano ritrovando una intimità con l'arte che è intimità di sé, alla evocazione di immagini precarie, quasi "irreali" . E il mio respiro si fa più leggero. A presto "Lift Gallery" si "gonfierà come un pallone leggero, una sorta di mongolfiera che volerà in altre città, in altri luoghi per contaminare della sua "gioia" altri abitanti di altri grigi palazzi. Per ora la vedo (come) in un film: l'ascensore si gonfia ( come un mondo) e i protagonisti, il pubblico entra ed esce ad ogni piano... osservati dal basso.


Gabriella Dalesio

 

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